LA STORIA DELLA GIOSTRA DELLE CONTRADE



PALII E GIOSTRE NELLA TRADIZIONE CORNETANA DAL XIV AL XVIII SECOLO
(Testi Dott.ssa Sabina Angelucci)

 

Tornei e giostre nel medioevo

 

Durante l’XI secolo accanto al consolidamento del sistema feudale, si assiste all’affermazione della cavalleria, classe sociale di notevole importanza composta da nobili che, educati sin dall’infanzia all’arte del combattimento, andavano a costituire il nucleo dell’esercito.

In questo stesso periodo si diffondono i “tornei” come pratiche di addestramento bellico: in vasti spiazzi campestri, squadre di uomini a cavallo, coadiuvate a volte da schiere di fanti, inscenavano delle battaglie e cercavano di eliminarsi a vicenda dopo sanguinosi scontri.

Molto spesso, in occasione di avvenimenti particolari come le celebrazioni di vittorie e di paci, matrimoni e visite di personaggi importanti, i re e i feudatari, orgogliosi dei loro eserciti, bandivano feste che culminavano con lo svolgimento dei tornei, momenti in cui i cavalieri davano prova della loro abilità.

Nella piazza destinata ad accogliere la gara si preparavano imponenti tribune su cui sarebbero saliti i nobili e le dame; vessilli, stendardi e drappi coprivano le intere strutture.

Nei giorni precedenti, la frenesia dei preparativi dava un soffio di vita nuova all’intera città: mercanti provenienti da luoghi lontani allestivano il mercato accanto a padiglioni di tela e velluto destinati ai partecipanti e al loro seguito.

Un araldo bandiva di castello in castello il torneo indetto dal signore ed al suo ritorno si stilava l’elenco dei cavalieri che avevano aderito.

L’intera popolazione era coinvolta nei festeggiamenti; dame, scudieri, giocolieri, mercanti e suonatori facevano da coreografia a queste competizioni, che purtroppo in alcuni casi si concludevano in sanguinosi scontri durante i quali molti cavalieri venivano feriti mortalmente.

A causa di questo aspetto sconvolgente e tragico dei tornei durante il Concilio Lateranense del 1139, indetto da Papa Innocenzo II, venne deliberato che non si dovesse dare la sepoltura in terra consacrata ai cavalieri deceduti in gara; nonostante ciò i giochi continuarono con l’uso delle “armi cortesi”, lancie spuntate o ricoperte da protezioni. In questi ultimi tornei, lo scopo dei contendenti era colpire il cimiero posto sull’elmo degli avversari evitando quindi di colpire il volto protetto in ogni caso da griglie. I cavalieri, maestosi nelle loro armature, avevano al loro fianco fedeli scudieri pronti ad aiutarli nel caso in cui fossero caduti dalla sella, e ad onorarli quando, dopo aver disarcionato gli avversari vincevano il torneo ricevendo in premio una corona, un’armatura, o una somma di denaro. Per alcuni cavalieri, questi momenti erano occasione di allenamento, per altri opportunità di farsi notare dal signore e ricevere nuovi ingaggi. Tra XII e XIII secolo accanto al torneo si diffonde la “giostra”, durante la quale si scontravano due soli cavalieri in un campo aperto; in alcuni casi erano separati da una barriera di legno che impediva di ferire il cavallo. Le armi utilizzate durante la giostra differivano da quelle utilizzate in guerra; tra queste la “groppella” (lancia con un puntale a cinque punte), il “demenino” (lancia molto pesante) e la “zagaglia” (lancia più leggera).

Il valore del cavaliere si misurava in base al tempo impiegato a disarcionare l’avversario o a spezzare il maggior numero di lancie sullo scudo del “nemico”.

La giostra raggiunse la massima diffusione tra XIV e XV secolo, periodo in cui anche i letterati e i cronisti descrivono nei minimi dettagli le competizioni svolte nelle principali città d’Italia: Roma e Firenze.

Con il passar del tempo si perde il carattere di competitività ed introducendo “fantocci” al posto dell’avversario le giostre diventano, soprattutto a partire dal XVI secolo, delle rappresentazioni sceniche.

Anche Tarquinia dispone, nella sua storia, di una lunga tradizione di feste popolari legate tanto alla cristianità, quanto ai particolari ricorrenze quali potevano essere i giuramenti di fedeltà da parte di quei castelli che si sottomettevano al suo dominio.

Corneto (questo era il suo nome durante il medioevo e fino al 1870) sorgeva e tuttora sorge su una collina a pochi chilometri dal mar Tirreno, e nei pressi dell’antico insediamento etrusco di Tarquinia sul colle del Pian della Civita.

 

Nasce in un periodo non ben precisato, durante l’alto-medioevo e si sviluppa urbanisticamente ed economicamente a partire dal XI-XII secolo.

A partire dal XIII sec. Corneto allarga il proprio dominio nel contado sui castelli di Monte Monastero, Tolfa Vecchia e S. Arcangelo, situati nell’entroterra.

Il 13 marzo del 1201, Ugolino, signore di Tolfa e Monte Monastero, riconosce l’autorità di Corneto sui due castelli e a partire da questa data, sino a tutto il XIV sec., si hanno, salvo brevi periodi di guerre, atti di sottomissione, in occasione dei quali venivano bandite feste e competizioni equestri.

Nell’atto di fedeltà del 29 dicembre 1299 Civitella e Monte Monastero promettono di offrire ogni anno, per la festa di San Secondiano, patrono di Corneto, un cero di dieci libbre, che veniva portato con i cavalli in corsa dalla Porta di S. Pancrazio sino al Palazzo Comunale.

Alcuni giorni dopo tale giuramento, e precisamente il 6 gennaio 1300, si sottomisero anche Tolfa Vecchia, S. Arcangelo e Castro Rota; accanto all’offerta del cero si impegnarono a consegnare per la festa di S. Secondiano un “palio di zendado rosso del valore di 40 soldi di denari paparini”.

Per tutto il XIV sec. venne rispettato questo cerimoniale e Corneto mantenne sempre il dominio su questi castelli.

In un documento del 7 agosto 1371 scopriamo che i signori di Tolfa Vecchia consegnano uno “stendardo di lana scarlatta” alla Magistratura cornetana, preceduti da un gran numero di trombettieri e suonatori di cornamuse, tutti a cavallo.

Accanto a queste ricorrenze pagane, anche le festività religiose, diventavano occasioni per indire corse di giostre e cavalli, ed in particolare quelle ricorrenze legate ai principali Santi Patroni delle Città: la SS. Vergine di Valverde, San Secondiano e San Lituardo.

Della festa in onore di San Secondiano se ne è fatto cenno quando è stato citato l’atto di sottomissione del 1299, ma troviamo ulteriore conferma nello Statuto comunale datato al 1545, e risalente al XV sec., in cui vengono ufficializzate tradizioni già praticate nei secoli precedenti.

Nel XXXIII capitolo “DE CURRENDIS BRAVIIS IN FESTO SANCTI SECUNDIANI” viene stabilito che ogni anno dovessero svolgersi i “palii dei cavalli e delle cavalle.... di razza”, con un montepremi che veniva così suddiviso.

- 5 ducati di carlini per il palio dei cavalli

- 3 carlini per il palio delle cavalle

- un toro per la corsa dei podisti

Il percorso, pubblicato di volta in volta con un bando del Podestà, si articolava per le vie dell’odierno centro storico e l’ordine di partenza era il seguente: “per primi corrano i ragazzi per un denaro”, subito dopo “i podisti per aggiudicarsi il toro” ed infine i cavalli per conquistare il “palio”; coloro che tagliavano il traguardo per ultimi ricevevano o un gallo o una papera.

Nel XXXII capitolo sono invece riportate le regole “DE CURRENDUM ANNULUM IN FESTO SANCTI LITUARDI”, la corsa dell’anello per la festa di S. Lituardo, il 12 luglio.

Ogni anno il Podestà ed i Magnifici Signori Priori hanno l’obbligo di indire “la corsa dell’anello nella piazza del Comune nel campo di S. Pancrazio”, in base ad una tradizione già in uso da tempo.

Il termine “campo” è stato utilizzato in modo generico per tradurre il latino “Equirio” che sta a significare “corso di cavalli”; non sarebbe azzardato supporre che, davanti alla chiesa di S. Pancrazio ed il Palazzo dei Priori ci fosse un campo destinato alle competizioni equestri.

Lo svolgimento della corsa dell’anello, tra il 1600 ed il 1700, assumerà l’appellativo di “Corsa del Saracino” e verrà svolta nella piazza del Magistrato (attuale Piazza Matteotti) e non più “in equirio santi Pancratii”, probabilmente occupato da nuove abitazioni.

Il Palio di S. Secondiano e la Corsa dell’anello di S. Lituardo, anche se riportati nell’edizione cinquecentesca degli Statuti, hanno le loro radici nei secoli precedenti.

Accanto ai SS. Secondiano e Lituardo, altro patrono è la SS. Vergine di Valverde, in onore della quale, sin dal 1436 il popolo cornetano svolgeva la fiera annuale del bestiame e delle merci.

In base alle testimonianze del conte Pietro Falzacappa, raccolte nella seconda metà del secolo scorso si può affermare che sin dal XV sec. le parti poi divenute Confraternite dei bifolchi, dei vaccari e cavallari, e dei casenghi, partecipavano all’organizzazione della festa.

Queste tre arti officiavano presso gli altari della chiesa di Valverde: quella dei cavallari possedeva l’altare dei Magi, quella dei casenghi l’altare di S. Sebastiano e i bifolchi l’altare Maggiore.